“Siamo nani appollaiati sulle spalle dei giganti”. Da soli non facciamo molta strada: riusciamo ad intravedere qualcosa all’orizzonte solo perché siamo sorretti da qualcun altro. 

Pensate al rugby. Chi avanza con il pallone sa che non può fare a meno dei propri compagni di squadra. Il giocatore che affronta gli avversari si sente “con le spalle coperte” perché l’unico supporto può arrivare da dietro grazie ad un collettivo pronto ad aiutare in caso di difficoltà. 

Per i fratelli del rugby italiano Mauro e Mirco Bergamasco il concetto di squadra risiede in una verità elementare: “supportare chi avanza”. In un gioco dove il passaggio indietro della palla risulta fondamentale per segnare una meta «conviene saper resistere all’impulso di concludere contando solo su noi stessi». «Se non passi, se non fai partecipare gli altri, se non li rendi partecipi delle tue imprese il gioco non funziona».

Essere gruppo, essere squadra

Lo sport è sport. L’ufficio, l’azienda, la fabbrica sono un’altra cosa. Eppure oggi molti ex sportivi e tecnici d’alto livello provenienti soprattutto dagli sport di squadra vengono ingaggiati da note aziende per ispirare manager e dipendenti. Gli stessi profili entrano pure nelle aule delle università. 

Come Julio Velasco, 68 anni, argentino, allenatore della Nazionale italiana maschile di pallavolo che tra il 1989 e il 1996 vinse tre Campionati Europei, due Mondiali, cinque World League ed una medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atlanta ’96. La “generazione di fenomeni” diretta dal tecnico argentino è ritenuta ancora oggi la più forte squadra della storia della pallavolo. 

Secondo Velasco: «Molto spesso confondiamo il concetto di gruppo con quello di squadra». «Il gruppo è un insieme di persone che fa qualcosa insieme. Questo significa che come squadra funzionerà? Non è detto. La differenza fondamentale è che in una squadra c’è un obiettivo chiaro, un modo di giocare consapevole, ma soprattutto ci sono dei ruoli stabiliti che nel gruppo non ci sono. Ruoli che devono essere sviluppati ed accettati». 

«L’idea di spirito di squadra non è “essere solidali”, non è tirare dalla stessa parte. É il rapporto tra i ruoli: io sono molto bravo a fare una cosa e a fianco a me c’è un giocatore che è bravo a fare un’altra cosa e insieme ci complementiamo ed il sistema funziona. Il gioco di squadra è un metodo di lavoro». «Quando le cose vanno male cerchiamo i problemi o i colpevoli?».

Una squadra di professionisti al servizio del benessere e della salute

Collaborare. Un obiettivo chiaro nel team di Welly Village. Collaborare per migliorare e garantire il benessere fisico e mentale dell’individuo. È questo modo di giocare consapevole ad orientare il lavoro della nostra squadra. 

A partire da chi lavora dietro alle quinte: programmatori ed esperti delle nuove tecnologie digitali che fanno vivere il villaggio della salute. E poi:

Fisioterapista, nutrizionista, personal trainer, psicologo ed il Welly Wise, il consulente personale che individua il percorso di miglioramento più adatto alle esigenze della persona.  Non parliamo di un semplice gruppo, ma di una squadra che crede nell’efficacia di un metodo di lavoro interdisciplinare: la conquista di un risultato, di un successo personale, non può e non deve dipendere solo dalle competenze e dalle capacità di un singolo professionista. Serve sinergia, fiducia reciproca, una comunicazione integrata ed una buona capacità di ascolto tra tutti gli attori coinvolti in questa “avventura”. 

Capire qual è lo status globale della persona ed individuare una strategia condivisa finalizzata al raggiungimento del ben-essere. Questa è la vera sfida del nostro team di specialisti selezionati e qualificati.

Welly Village non è solo una piattaforma dove puoi consultare i dati delle tue attività registrati dai dispositivi digitali.  È una comunità digitale fatta da professionisti che desiderano essere al tuo fianco. Tu, sei al centro della rete.

Poi, all’improvviso, qualcuno dal pubblico lo sfida, urlando: «Ok, adesso recitaci una poesia!».

Muhammad Ali, si ferma per qualche istante e poi, ispiratissimo, recita quella che viene considerata la poesia più breve del mondo: «Me… We…»

«Il senso di quella frase va ben oltre la poesia» assicura George Plimpton.

Me We è, letteralmente, un riflesso, una simmetria che restituisce in maniera esteticamente perfetta un concetto: c’è qualcosa in quell’immagine che ci parla del singolo, del suo talento, del suo potenziale, delle sue ambizioni, che si riflette in un’identità collettiva, qualcosa di più grande dell’individuo stesso.

Tratto da:
Capolavori – Allenare, allenarsi, guardare altrove, di Mauro Berruto