Aprile 1924. Il mensile statunitense Radio News fondato da Hugo Gernsback presenta al pubblico una insolita prima di copertina. Un dottore – alias radio doctor – è collegato in diretta audiovisiva con il suo paziente grazie ad un dispositivo dotato di funzionalità del tutto simili a quelle di un moderno notebook. Nulla di strano nell’epoca dello smart working. Negli anni ’20 però le radio sono appena atterrate nei salotti degli americani e i primi esperimenti di trasmissione televisiva muoveranno di lì a tre anni. Hugo Gernsback era un tipo avanti cent’anni. In tutti i sensi.

Che cos’è e da dove viene la telemedicina?

La telemedicina non viene dallo spazio e non è nemmeno una novità post COVID-19. La profezia di Radio News si realizza nel 1948: alcune radiografie “viaggiano” per più di 38 chilometri, da West Chester a Philadelphia, attraverso la rete telefonica. Secondo la letteratura medica il fatto costituisce la prima operazione di telemedicina. Per sapere in maniera esaustiva cos’è la telemedicina basta far riferimento alle relative Linee di indirizzo nazionali  approvate dal Consiglio Superiore di Sanità il 10 luglio 2012 con successivo aggiornamento del 2014. 

“Per Telemedicina si intende una modalità di erogazione di servizi di assistenza sanitaria, tramite il ricorso a tecnologie innovative, […] in situazioni in cui il professionista della salute e il paziente (o due professionisti) non si trovano nella stessa località. La Telemedicina comporta la trasmissione sicura di informazioni e dati di carattere medico nella forma di testi, suoni, immagini o altre forme necessarie per la prevenzione, la diagnosi, il trattamento e il successivo controllo dei pazienti. I servizi di Telemedicina vanno assimilati a qualunque servizio sanitario diagnostico/ terapeutico. Tuttavia la prestazione in Telemedicina non sostituisce la prestazione sanitaria tradizionale nel rapporto personale medico-paziente, ma la integra per potenzialmente migliorare efficacia, efficienza e appropriatezza”.

Un dibattito aperto

La pandemia ha riacceso il dibattito sulle prestazioni a distanza dedicate alla salute: televisita, teleconsulto e telecooperazione tra operatori del settore. Il valore della relazione medico/paziente al di là della deontologia non può e non deve essere messo in discussione. Di fronte ad un Servizio Sanitario Nazionale sotto pressione è evidente il contributo di tecniche e tecnologie che consentono un monitoraggio ed un confronto a distanza. Pensiamo ad esempio ai pazienti che devono affrontare il periodo di quarantena. Un esempio? Alla Cleveland Clinic negli Stati Uniti – ad oggi primo paese al mondo per numero di contagi – le visite in regime di telemedicina sono passate da 3.400mila nel mese di febbraio a 60.000mila in soli 30 giorni.

L’Italia stenta ancora, ma qualcosa si muove. La Conferenza delle Regioni e delle Provincie autonome ha uniformato i criteri di erogazione delle prestazioni di specialistica ambulatoriale a distanza. L’8 settembre Donatella Tesei, coordinatrice della Commissione Affari europei della Conferenza delle Regioni, nel corso dell’audizione parlamentare sul Recovery Fund ha affermato che: 

«Riguardo alla tutela della salute, non solo si devono prevedere le risorse necessarie per migliorare il nostro Sistema sanitario nazionale, ma anche pensare ad un nuovo modo di fare medicina, e mi riferisco alle reti di telemedicina, per arrivare a curare pazienti a casa senza farli spostare».

– Donatella Tesei, coordinatrice della Commissione Affari europei della Conferenza delle Regioni 

La telesalute a portata di smartphone

Siamo chiamati a ridefinire canoni e prospettive per la gestione della nostra salute ed il raggiungimento del benessere. Chiusi in casa ci siamo affidati ad applicazioni ed a programmi di videochat che hanno reso possibili da remoto percorsi di assistenza che solo pochi giorni prima sembravano possibili solo in presenza. 

Attenzione però: uno studio pubblicato a settembre 2019 dal Journal of Medical Internet Research dopo aver analizzato 93 app presenti nello store di Google Play, afferma che solo il 2% di contenuti scientifici disponibili è veramente affidabile. Il rischio di “farsi ancora più male” secondo questi dati sembra essere concreto. 

Solo se la tecnologia riesce a mettere in collegamento i pazienti – dotati di bisogni e desideri – con professionisti della salute – motivati a dialogare e cooperare tra di loro –; il guadagno per la comunità (ed il risparmio per le casse dello Stato) diventa rilevante.

Welly Village desidera essere lo stimolo che ci fa muovere il primo passo verso il miglioramento del nostro stile di vita: una app, stabile, sempre disponibile, senza scorciatoie.

Al centro c’è la persona con la sua irripetibile autenticità e quella voglia di provare ad alzarsi la mattina con quel “qualcosa in più” rispetto al giorno prima.

L’incontro, in presenza e da remoto, con professionisti della salute esperti e qualificati unito al monitoraggio digitale diventano un vero e proprio “punto di controllo” del nostro equilibrio.