L’emergenza sanitaria che stiamo attraversando ha decisamente spinto il rapporto tra paziente e operatore sanitario su canali digitali. Volenti o nolenti, ci siamo trovati a gestire il nostro rapporto con il fisioterapista, il medico specialista o la nutrizionista tramite la mail o la chat sullo smartphone. 

Queste aperture alla digitalizzazione del rapporto con gli operatori sanitari però stanno procedendo più per emergenze che per un vero e proprio piano strategico. Inoltre, la maggior parte delle volte non viene tenuto conto di quanto sia complesso e delicato sbarcare su tali strumenti digitali.

Infatti, spesso non ci rendiamo conto ma, utilizzando uno strumento digitale per lo scambio delle informazioni quale può essere la famosa app di messaggistica WhatsApp, stiamo coinvolgendo nel nostro rapporto con il medico o lo specialista un terzo attore che gestisce i dati che noi ci scambiamo.

Essere quindi quantomeno certi delle possibilità o meno di utilizzo dei nostri dati è più che mai lecito e consigliabile. E la norma di riferimento per questa analisi è naturalmente il regolamento GDPR (General Data Protection Regulation) comune a tutti i paesi europei.

Andiamo quindi a vedere nello specifico le regole a cui aderiamo confermando ad esempio l’ultimo aggiornamento sul tema della Privacy di WhatsApp. Nei chiarimenti esposti da WhatsApp per spiegare le ultime modifiche su questo tema si legge questo estratto:

Né WhatsApp né Facebook possono leggere i tuoi messaggi personali o ascoltare le tue chiamate: WhatsApp non può ascoltare le tue chiamate né può leggere i messaggi che scambi con familiari, amici o colleghi di lavoro e non può farlo neanche Facebook. Tutto ciò che condividi rimane tra te e le persone con cui comunichi, perché i messaggi personali sono crittografati end-to-end. Questa misura di sicurezza non verrà mai indebolita e, all’interno di ciascuna chat, è presente un’etichetta in cui ribadiamo il nostro impegno. 

Sin qui tutto bene. Ma cosa succede se il nostro specialista o medico decide di far diventare il proprio account “business” ovvero aziendale?

Ce lo spiega WhatsApp poco sotto:

[…] la messaggistica con le aziende è diversa dalla messaggistica tra privati. Alcune aziende di grandi dimensioni necessitano di servizi di hosting per gestire la comunicazione. Ecco perché forniamo alle aziende la possibilità di usare i servizi di hosting sicuri di Facebook per gestire le chat WhatsApp con i clienti, rispondere alle domande e inviare informazioni utili, come ad esempio le ricevute d’acquisto. Tuttavia, se comunichi con un’azienda telefonicamente, tramite email o WhatsApp, l’azienda può vedere le tue conversazioni e potrebbe utilizzare queste informazioni per finalità di marketing, che potrebbero comprendere anche le inserzioni su Facebook.

Ecco fatta la frittata…potremmo essere sommersi di inserzioni e pubblicità dedicate in base alle comunicazioni scambiate con uno specialista dotato di un account business…

Veniamo poi al secondo aspetto da sottolineare. 

La normativa GDPR non consente di salvare i dati sensibili dei cittadini europei su server dislocati al di fuori dei confini della Comunità Europea. Le informazioni scambiate sulle chat di WhatsApp, essendo di proprietà di Facebook, vengono salvate su server attualmente negli Stati Uniti e in Svezia. Quindi con molta probabilità al di fuori delle tutele europee che consentono, ad esempio, di cancellare in maniera definitiva i propri dati.

Ma allora, quale soluzione ci resta?

Welly Village nasce anche per rispondere a questa esigenza. Infatti, è una start up che nasce da Thread Solutions Srl, azienda trentina di consulenza informatica che da anni fornisce i propri servizi di gestione dei dati per conto di aziende corporate e di amministrazioni pubbliche quali l’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari. Welly Village offre uno strumento digitale di condivisione sicura del dato personale e sensibile con il proprio professionista di fiducia basandosi su tecnologie che attualmente sono compliance alle più aggiornate normative sulla privacy.

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